Martedì, 04 Febbraio 2014

Pasquale

Pasquale
Provare a trasmettere delle forti sensazioni attraverso le parole è molto difficile. Riuscirci, poi, sarebbe sorprendentemente soddisfacente. Specialmente quando ciò che si vorrebbe comunicare riguarda la bellezza della Vita. A volte, ripensando al mio percorso recente, sento l'esigenza di fissare su carta quello che provo, ma le sensazioni si accavallano e si mescolano così velocemente tanto da provocare in me un senso d'incapacità nel riuscire ad esprimere per intero ciò che il mio cuore vorrebbe rivelare. Nel felice caos dei miei pensieri, però, il filo conduttore rimane sempre lo stesso: un tripudio incalzante di emozioni che si riversa sempre nell'apprezzamento più genuino e spontaneo del grande dono della Vita. Mi presento: il mio nome è Pasquale Idone, un ragazzo di venticinque anni come tanti altri che persegue il sogno di costruire il proprio futuro attraverso la voglia di coltivare le proprie passioni, immaginandolo ricco dei più rosei propositi. Lo stesso ragazzo che sino a poco tempo fa lottava contro le ripetute insidie di un linfoma di Hodgkin e che nonostante i lunghi periodi di luce intermittente ha sempre voluto credere nella speranza di un ritorno alla Vita. Questa in breve è la mia storia. Cercherò di entrare un po' di più nel dettaglio per tentare di infondere un barlume di speranza a tutti quelli che in questo momento staranno leggendo queste mie parole e quelle dei miei compagni di viaggio. L'intento sta nel riuscire a smorzare in minima parte quel senso di smarrimento comune a tutti coloro i quali vedono la propria vita stravolgersi di punto in bianco, senza alcun preavviso. Perché cose del genere si manifestano così e non lasciano alcuna spiegazione razionale. Anzi, talvolta si servono proprio della volontà di voler razionalizzare a tutti i costi qualcosa di inspiegabile in modo da turbare ulteriormente un cuore già disorientato. Oggi voglio parlare della mia storia così come si è evoluta nell'arco di due lunghi anni tra l'iniziale senso di angoscia e la conseguente rinascita biologica e spirituale. Sono un ragazzo fortunato e lo ribadisco spesso. Specialmente quando il ritorno alla normalità è dettato anche dal ritorno a piccoli atteggiamenti futili del vivere quotidiano che in qualche modo sottolineano il raggiungimento di una serenità tanto attesa. E con questa serenità voglio iniziare a parlare delle mie sensazioni al momento della scoperta del linfoma. Tutto iniziò durante una normale mattina di marzo quando, posto di fronte allo specchio, notai uno strano rigonfiamento sotto il collo facilmente individuabile ad occhio nudo. Date le dimensioni anomale e la preoccupazione crescente, iniziò un breve percorso ospedaliero che mi condusse quasi subito nel reparto di ematologia di Reggio Calabria dalla dottoressa Caterina Stelitano. Fin da subito percepii la sua indole naturale nel dare il giusto conforto a chi ha bisogno di inquadrare bene una situazione di cui è ancora ignaro ed impaurito. E credo che questo sia stato l'input necessario ad alimentare quella determinazione che è ben più potente di qualsiasi farmaco. Una volta diagnosticato il linfoma iniziarono sei lunghi mesi di chemioterapia durante i quali alternavo fasi di malessere fisico a brevi pause di ripresa antecedenti alla successiva seduta.
Sono stati proprio questi momenti di pausa a darmi la forza ed il coraggio di affrontare a muso duro il dolore dei giorni più difficili. La volontà di reagire è stata la vera àncora di salvezza e senza l'incitamento dei miei familiari ed i sorrisi delle persone meravigliose conosciute in ospedale, non sarei riuscito a domare lo sconforto che mi si poneva contro.
Trascorsi i sei mesi di chemioterapia, a seguito dei dovuti accertamenti, si evidenziarono notevoli progressi nella lotta al male che intanto veniva tenuto costantemente sotto controllo. Il mio morale subì un altro duro colpo circa un anno dopo quando, a seguito di un esame radiologico (PET), si scoprì che la zona interessata, seppur molto ridotta rispetto alla dimensione originaria, presentava un'attività metabolica. 
Cosciente di quanto già accaduto in precedenza, vissi molto male l'idea di dover tornare nuovamente all'attacco con altre aggressive dosi chemioterapiche e col conseguente autotrapianto di cellule staminali.
Ancora una volta vidi svanire i sogni di un ragazzo che aveva tanta voglia di vivere e progettare il suo futuro.
Ma, così come accadde la prima volta, dopo i primi momenti di sconforto capii che mostrarmi arrendendevole in quel momento avrebbe portato solo ad ulteriori sofferenze.
Rimboccandomi le maniche mi gettai a capofitto nella lotta con l'unico obiettivo di volgere lo sguardo alla fase del post trapianto, in modo da proiettarmi idealmente in una situazione di normalità lontana dalle sofferenze. Trascorsero dunque altri quattro mesi di terapie durante i quali ebbi modo di capire ulteriormente con quanta passione gli infermieri ed i volontari AIL s'impegnino quotidianamente per stampare un sorriso sul volto dei pazienti. Essere poi nelle mani di una dottoressa che riesce a ravvivare uno sguardo spento è un altro indizio che porta a pensare che gli angeli in terra esistono.
Bisogna soltanto avere la fortuna di incontrarli.
L'ultimo tassello della mia difficile storia prima dell'attuale ritorno alla normalità fu l'autotrapianto. Quello fu il momento in cui misi a dura prova la mia sopportazione. Ero stanco perché iniziavo i miei 28 giorni di ricovero con un corpo già abbastanza tramortito dai bombardamenti delle terapie precedenti. L'idea di doverli vivere in una stanzetta asettica lontano da tutti mi spaventava terribilmente. Ma anche in quel caso mi sbagliai. Se è vero che l'esperienza dell'autotrapianto è stata per me la prova più dura tra tutte, è anche vero che le manifestazioni di affetto e di conforto da parte di chi mi è stato vicino ha abbattuto ogni barriera fisica e mentale. Principalmente perché anche al Centro Trapianti ho avuto la fortuna di trovare dottori ed infermieri pronti ad illustrarmi l'intero iter, senza lasciarmi inconsapevole di ciò che avrei dovuto affrontare. Illustrare e delucidare il paziente in merito alle varie fasi terapeutiche è stato un importante aiuto perché ha trasmesso in me quel senso di umanità che ogni paziente cerca da chi è in grado di aiutarlo. Conoscere in anteprima tutte le mosse rende attiva la propria partecipazione e attenua il senso di smarrimento. Una volta tornato a casa dopo un mese così duro, iniziò una lenta fase di ripresa che mi permise di tornare ad organizzare la mia vita secondo i miei progetti, di tornare a studiare con tanta forza di volontà e di apprezzare ancor di più la Vita nelle piccole cose. Oggi mi sento rinato e felice, più consapevole e più forte di prima. Continuo i miei controlli di routine, ma vivo ripartendo dalle cose che avevo dovuto interrompere con una marcia in più. Ho recuperato la serenità senza mai perdere la forza d'animo e per questo ringrazio Dio che ha dato ascolto al mio grido in tutti i momenti di solitudine interiore.
Trovare dentro se stessi la forza e la volontà di reagire è essenziale per affrontare ogni terapia con lo spirito giusto. Ma anche ogni aspetto del quotidiano vivere. Sono un ragazzo fortunato col privilegio di raccontare la mia storia. E spero possa essere fonte di energia e di speranza per tante altre storie a lieto fine. Il mio augurio per tutti è quello di riuscire sempre a trovare il coraggio in ogni situazione, senza lasciare che il timore prenda il sopravvento su tutto il resto. Perché la Vita è bella e vale la pena combattere.
Pasquale

 

Letto 3301 volte Ultima modifica il Mercoledì, 30 Luglio 2014 16:41
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