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Il professor Fabio Ciceri, Direttore Scientifico dell'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, riporta dal recente congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO, American Society of Clinical Oncology) due nuove aree di sviluppo nel trattamento dei linfomi.

Dal 18 al 22 giugno 2021 si è svolta in modalità virtuale la sedicesima edizione del congresso internazionale sui linfomi maligni (https://www.icml.ch/icml/home.html), durante la quale sono stati presentati i risultati di importanti ricerche condotte non solo in Italia ma in tutto il mondo.

Tra le ricerche presentate, una in particolare riguarda uno studio interamente italiano dal nome MIRO, condotto in pazienti con diagnosi di linfoma follicolare in stadio limitato. Il linfoma follicolare in stadio I o II è considerato una malattia localizzata che può essere adeguatamente trattata con la sola radioterapia e che nel 50% circa dei pazienti può essere addirittura guarito.

Lo studio MIRO è stato attivato con l’obiettivo di identificare precocemente i pazienti a rischio di recidiva dopo la sola radioterapia, e per i quali l’aggiunta dell’immunoterapia con ofatumumab (anticorpo monoclonale anti-CD20) potrebbe migliorare la sopravvivenza. Nello studio sono state utilizzate tecniche di biologia molecolare per misurare quantità minime di malattia residua monitorando la presenza della traslocazione BCL2/IGH che caratterizza il linfoma follicolare. La traslocazione è presente nella maggioranza dei pazienti alla diagnosi, prima dell’inizio della radioterapia e generalmente non è più rilevabile dopo una terapia efficace.

110 pazienti con diagnosi di linfoma follicolare in stadio I/II hanno preso parte a questo studio presso diversi centri di oncoematologia italiani. I campioni di sangue periferico e aspirato midollare dei pazienti sono stati inviati presso alcuni laboratori qualificati per la ricerca della traslocazione BCL2/IGH appartenenti alla rete della FIL MRD network. La persistenza della traslocazione dopo radioterapia è stata usata nello studio MIRO’ per identificare pazienti a rischio di recidiva da avviare a terapia con ofatumumab.

Nello specifico, la valutazione dei campioni al termine della radioterapia ha rilevato la persistenza della traslocazione nel 60% dei pazienti. Questi pazienti, o quelli che risultavano positivi alla traslocazione ad una delle successive visite, sono stati trattati con ofatumumab. L’immunoterapia è risultata essere efficace nel 92% dei pazienti, nei quali quindi la ricerca della traslocazione in seguito al trattamento con ofatumumab è risultata negativa.

I risultati dello studio dimostrano che nei pazienti in cui persiste la traslocazione BCL2/IGH, il consolidamento con immunoterapia dopo radioterapia permette un miglioramento della risposta. I dati più maturi dello studio verificheranno se il trattamento utilizzato sarà in grado di migliorare l’efficacia della cura.

 

Fonte: A. Pulsoni, 16-ICML, giugno 2021

 

Ad aprile 2021 sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Journal of Clinical Oncology i risultati di uno studio clinico dal nome “Elderly Project”. Questa ricerca promossa dalla Fondazione Italiana Linfomi, è stata condotta in 36 centri di oncologia ed ematologia italiana e ha coinvolto più di 1300 pazienti con diagnosi di linfoma diffuso a grandi cellule B, di età uguale o superiore a 65 anni, e sottoposti al momento della diagnosi alla valutazione geriatrica.
La valutazione geriatrica è uno strumento utilizzato per definire lo stato di fragilità del paziente anziano.
Il modello maggiormente utilizzato è basato sulla compilazione da parte del paziente con l’aiuto del medico di alcuni questionari.
Tali questionari hanno lo scopo di valutare il grado di autonomia del paziente nello svolgimento delle attività di vita quotidiana (mangiare, vestirsi, lavarsi, gestire il denaro, gestire la casa, usare il telefono, etc) e la presenza di eventuali altre patologie (cardiache, diabete, etc).
Sulla base del risultato, viene calcolata la categoria di rischio a cui appartiene il paziente ossia FIT, UNFIT, e FRAGILE, e il trattamento viene deciso di conseguenza.

Ma la novità di questa ricerca è stata quella di incorporare la valutazione geriatrica appena descritta all’interno di un nuovo modello prognostico, il cosiddetto EPI (Elderly Prognostic Index) che comprende anche l’età del paziente, le caratteristiche del linfoma e il valore dell’emoglobina. In questo modo si identificano tre nuove categorie di rischio (basso, intermedio e alto), la cui prognosi/sopravvivenza è completamente diversa.
Tale sistema ha dimostrato che serve l’integrazione di tutti questi parametri per definire il trattamento migliore per il paziente. In altre parole, pazienti ultraottantenni in buone condizioni generali possono ricevere trattamenti simili a quelli dei pazienti più giovani con le dovute accortezze, portando ad un miglioramento della sopravvivenza di tale gruppo evitando tossicità inutili.
D’altra parte, l’EPI può aiutare anche nella scelta della terapia per quel gruppo di pazienti a più alto rischio, scelta che rappresenta spesso una sfida per un onco-ematologo.

Questo nuovo modello si basa su parametri semplici, che possono essere facilmente utilizzati dagli onco-ematologi per migliorare la valutazione iniziale del paziente anziano con diagnosi di linfoma diffuso a grandi cellule B, e di conseguenza per scegliere il trattamento più opportuno. Tuttavia, saranno necessari studi più ampi prima del suo utilizzo nella pratica clinica.

Fonte: Francesco Merli e Stefano Luminari, Journal of Clinical Oncology, aprile 2021

Venerdì, 01 Marzo 2019 18:22

IL PRELIEVO VENOSO

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IL PRELIEVO VENOSO

 Che cosa è

 

Il prelievo di sangue venoso è una procedura che consiste nell’acquisire un campione di sangue venoso, preferibilmente al mattino ed a digiuno in modo da ridurre la variabilità biologica.

Di solito si preleva sangue venoso dalle vene dell’avambraccio, viene effettuato dall’infermiere previa prescrizione medica e la quantità di sangue da prelevare varia in base agli esami ematochimici che si vogliono ottenere.

 

  Indicazioni

Lo scopo del prelievo venoso è quello di indagare sullo stato di salute del paziente.

Il campione (o i campioni) viene inviato poi in laboratorio analisi per valutarne la composizione e i fattori che indicano problemi, patologie oppure anche per un semplice controllo post-terapia ed il cui esito poi sarà  visionato nel complesso dal medico che ha prescritto gli esami.

 

Cosa si usa

Per la venipuntura è preferibile usare aghi di calibro pari a 20 o 21G “gauge”, riservando l'utilizzo di aghi di calibro inferiore a prelievi su vene piccole o particolarmente fragili. L’utilizzo di un ago di diametro inferiore a 23 (G), può indurre emolisi e modeste variazioni di alcune analisi comuni.

L’infermiere per fare il prelievo usa aghi dedicati, anche disponibili con dispositivo di protezione integrato e l’adattatore luer che garantiscono la sicurezza della procedura.

 

 Complicanze del prelievo venoso

  • Gonfiore
  • Piccole lesioni
  • Ematoma
  • Infezione nel punto del prelievo
  • Vertigine o sincope neurogena.

 

Controindicazioni

  • Fistola arterovenosa
  • Radioterapia locale
  • Linfedema
  • Circolazione sanguigna compromessa

 

 

Scritto da Carmelo Leuzzo – Infermiere Divisione di Ematologia “Grande Ospedale Metropolitano” di Reggio Calabria

 

Altri articoli di CARMELO LEUZZO:

https://www.linfovita.it/component/k2/item/426-catetere-venoso-centrale-picc.html

 

 

Venerdì, 08 Febbraio 2019 12:54

ESSERE DATA MANAGER OLTRE I DATI

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ESSERE DATA MANAGER OLTRE I DATI

 

Ricordo ancora il lontano gennaio 2009, epoca in cui venivo a contatto con un mondo per me nuovo ma che ho sempre sognato di vivere… l’ospedale!!! Era un sogno realizzato quello di indossare il camice bianco ma non potevo lontanamente immaginare cosa avrebbe significato per me non “lavorare come” ma “essere” una Data Manager. Son trascorsi 10 anni da quando incontrai per la prima volta, con tanta timidezza, la Dr.ssa Stelitano che contribuì a farmi conoscere, a studiare quello che per tanti è considerato un nemico da sconfiggere immediatamente con accanimento, per altri è un’occasione di lotta, altri lo considerano quasi un compagno di strada.

Si, cari lettori, mi riferisco proprio al Linfoma.

Questo è stato l’inizio di un percorso professionale che, tra alti e bassi, mi ha fatta crescere sia culturalmente che umanamente.

Senza ombra di dubbio, i protocolli sono stati i miei compagni in questo percorso ma tutto vissuto come servizio nell’intento di favorire la ricerca seminando speranza in tanti cuori sofferenti. Ma quando scopri che hai anche l’opportunità di entrare a contatto, di vedere con i tuoi occhi il mondo della sofferenza, capisci che hai ricevuto un grande privilegio.

Si, perché per me essere Data Manager non è aggiornare sistemi informatici, fare contabilità o altro ma riuscire a penetrare i dati apparentemente numerici comprendendo che nascondono le storie di tanti fratelli che si sono ritrovati, non per scelta, protagonisti di una battaglia davvero importante, la lotta per la vita.

Alla luce di ciò vedo il Linfoma, forse andando controcorrente, come un’occasione di vita, oserei dire di amore alla vita.

 

a cura della Dott.ssa Elisa Montechiarello

U.O. Ematologia

Domenica, 03 Febbraio 2019 20:15

GAMMOPATIE MONOCLONALI MGUS

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Gammopatie monoclonali MGUS

La Gammopatia Monoclonale (MGUS) è un disordine linfoproliferativo caratterizzato dalla proliferazione di un clone plasmacellulare con secrezione nel plasma di componente M. E’ una condizione patologica asintomatica e non richiede alcun trattamento.

Si riscontra prevalentemente nell’adulto con una prevalenza del sesso maschile. L’incidenza aumenta con l’età. I dati attuali indicano una incidenza di circa il 5% della popolazione.

La progressione della malattia verso altre patologie è di circa 1% per anno. Ciò è correlato dalle caratteristiche biologico-molecolari che stratificano i pazienti in diverse fasce di rischio.

 

 

                                        

Si distinguono in base alle immunoglobuline coinvolte I seguenti tipi di MGUS con una diversa prevalenza:

  • IgG
  • IgA
  • IgM
  • IgD
  • Biclonali
  • Con produzione esclusiva di catene leggere

         

Oltre le MGUS altre condizioni patologiche presentano una CM:

  • MGUS
  • Mieloma Multiplo
  • Linfomi Non Hodgkin
  • Smouldering Mieloma
  • Plasmocitoma solitario
  • Leucemia Linfoide Cronica
  • Macroglobulinemia di Waldenstrom
  • Disordini Linfoproliferativi rari (sindrome di POEMS, crioglobulinemia, malattia da deposizione catene leggere

Diagnostica delle MGUS

Esami da eseguire:

  • Emocromo
  • Elettroforesi delle proteine sieriche
  • Dosaggio IgG-IgA-IgM
  • Proteinuria 24 h
  • Immunofissazione sierica/urinaria
  • Proteinuria Bence-Jones: determinazione quantitativa
  • Creatinina, azotemia, Calcemia, VES, B2- microglobulina
  • Radiografia dello scheletro in toto
  • Aspirato midollare e biopsia ossea
  • Biopsia del grasso periombelicale
  • Catene leggere libere sieriche (FLC)

Per la diagnosi di MGUS sono necessari tutti i seguenti criteri:

  • Componente monoclonale sierica < 3 g/dl
  • Plasmacellule midollari clonali < 10%
  • Assenza di danni d’organo (NO CRAB: ipercalcemia, insufficienza renale, anemia, lesioni ossee) attribuibili al disordine proliferativo plasmacellulare

 

Il rischio di trasformazione è del 1% ed è diverso a seconda del tipo di CM. Per esempio le MGUS IgG ed IgA evolvono verso un Mieloma, le MGUS IgM verso un Linfoma Linfoplasmocitico e le forme a catene leggere verso un Mieloma micromolecolare.

Le forme con maggiore evolutività sono le MGUS non IgM ed in particolare le forme IgA.

Esiste comunque oggi la possibilità di stratificare i pazienti in diverse fasce di rischio con i seguenti parametri:

  • CM > 1,5 g/dl
  • Isotipo non IgG: IgA-IgM hanno rischio evolutivo maggiore di IgG
  • Rapporto FLC alterato

 

              

 

I pazienti con MGUS non necessitano di alcuna terapia specifica per cui dopo la diagnosi e completamento delle indagini di stadiazione rientrano in un programma di follow-up. Infatti rimangono patologie che devono essere semplicemente osservate per vedere il momento in cui questi pazienti progrediscono  e quindi necessitano di trattamento.

Ulteriori studi di tipo biologico-molecolare sono necessari per meglio conoscere  aspetti genetici di queste  patologie e consentire di individuare eventuali pazienti a maggior rischio che potranno avvantaggiarsi di un trattamento più precoce e prevenire la loro trasformazione.

 

 Dott.ssa Caterina Stelitano

Sabato, 10 Marzo 2018 19:37

Progetto Linfoshow

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PROGETTO LINFOSHOW

 Rinascere a nuova vita

 

Introduzione

 LINFOVITA è un’associazione nata a Reggio Calabria da un’idea della dott.ssa Caterina Stelitano, condivisa con un suo ex-paziente nonchè ispiratore del logo, e che diventa realtà nel luglio 2013 quando essa stessa diventa paziente.

 Linfovita significa rinascere dopo la malattia e non solo - in senso più profondo e assoluto - significa rinascere a nuova vita.

 Già dal 1947 la World Health Organization (WHO) ha dato questa definizione di salute: “uno stato completo di benessere fisico, mentale e sociale e non un’assenza di malattia o infermità”.

 L’Associazione si propone quindi come obiettivo precipuo quello di promuovere iniziative a favore dei pazienti affetti da linfoma e dei loro familiari.

 Con questo spirito nasce il progetto LinfoShow.

Chi vive la malattia, insieme ai propri familiari e ai propri amici, si trova in un momento particolare della propria esistenza, in uno stato di estrema sensibilità, vulnerabilità e fragilità causato da preoccupazioni, paure e sofferenza. Oggi è opinione sempre più consolidata che prendersi cura dei pazienti significa non solo aiutarli ad aggredire la malattia ma anche focalizzare l’attenzione sulla persona, garantendo sollievo e benefici nella sfera individuale ed esistenziale e facilitando così il percorso delle cure.

LinfoShow è un modo di dare sollievo e aiutare a reagire al sovraccarico di emozioni, traumi e crisi esistenziali che derivano dalla malattia, dalle terapie e dal successivo percorso post-cura.

Oltre al sostegno psicologico, anche altre attività come il teatro e la musica possono contribuire a migliorare la qualità della vita dei pazienti. Infatti, in letteratura vengono riportate esperienze di questo tipo che registrano un incrementano del benessere fisico e spirituale del paziente.

In quest’ottica nasce LinfoShow, un progetto che si propone l’obiettivo di aiutare coloro che si trovano ad affrontare la malattia, attraverso un’attività ricreativa che diventa così strumento di comunicazione, aiuto, stimolo e possibilità di espressione, per superare un periodo così difficile e alleviare la condizione di malato

Scopo

Il progetto LinfoShow vuole creare un ambiente che, durante la terapia, utilizzi determinati canali e che faccia emergere le qualità artistiche del paziente in modo che lo stesso condivida emotivamente l’impegno terapeutico.

Lo scopo principale di LinfoShow non consiste nella ricerca di qualità artistiche del paziente né sono in ballo finalità didattiche. Lo scopo del progetto deve essere l’espressione artistica che permetta al paziente di esternare i propri vissuti emotivi, elaborando l’angoscia e allontanando le paure, facilitando e promuovendo la comunicazione, l’espressione e le relazioni, migliorando lo stato emotivo, permettendo di scoprire nuovi aspetti di sé e anche favorendo un cambiamento personale. L’intento è riabilitare le funzioni emotive dei pazienti in modo che si possa ottenere una migliore integrazione sociale e una migliore qualità della vita in tutte le fasi della malattia.

Esistono ricerche che mostrano come le attività di Arteterapia sembrano avere effetti positivi sullo stress psicologico e spirituale, aiutando i pazienti a ricalibrare il senso di sé e le relazioni personali e interpersonali.

 L’arte ha valore per la sua capacità di perfezionare la mente e la sensibilità più che per i suoi prodotti finali” (Fred Gettings, 1966).

 In Giappone, su pazienti con tumori del sangue e del midollo osseo, sessioni di Arteterapia comprendenti disegno e collage, hanno comportato una diminuzione dei punteggi nella scala della depressione, dopo le sessioni, e una diminuzione della stanchezza, promuovendo l’espressione delle emozioni, dei desideri e delle speranze, nonché la comprensione della gravità della malattia (Ando, Imamurra, Kira e Nagasaka, 2013).

 Conclusioni

 LinfoShow si propone di portare la cultura e lo spettacolo in ambito medico a scopo terapeutico con la realizzazione di periodici programmi mirati e definiti che, con il coinvolgimento dei pazienti che diventano protagonisti, mirano ad alleviare gli stessi da preoccupazioni, creando così uno stato di benessere e armonia attraverso la condivisione e il sostegno comune.In questo progetto abbiamo voluto sottolineare l’importanza di

Linfoshow come terapia non convenzionale. La terapia farmacologica ha il limite di curare il corpo ma non la mente, la sua azione mira a rallentare il decorso della patologia ma non restituisce il benessere psicologico al paziente.

Oggetto di Linfoshow non è pertanto la malattia in sé, piuttosto ciò che dalla malattia deriva in termini di perdita di funzioni (fisiche, psichiche, sociali) e la conseguente emarginazione a cui la persona è condannata.

 I percorsi di Linfoshow non curano la patologia, non la valutano. L’individuo si sente trattato come una persona e non come un malato che deve seguire trattamenti riabilitativi, spesso molto frustranti.

 Lo spettacolo viene incontro come elemento di sostegno psicologico e come mezzo di aiuto per sorridere anche nella malattia, aiutando a stare meglio. Lo spettacolo allevia le sofferenze e diventa strumento di terapia.

 L’attività creativa richiede un impegno intellettivo e cognitivo legato all’immaginazione e all’ideazione del “prodotto artistico”. Così, nell’atto di creazione di ciascun individuo, l’arte nutre l’anima, coinvolge le emozioni e libera lo spirito, e questo può incoraggiare le persone a fare qualcosa semplicemente perché vogliono farlo. L’arte può motivare tantissimo, poiché ci si riappropria, materialmente e simbolicamente, del diritto naturale di produrre un’impronta che nessun altro potrebbe lasciare e attraverso la quale esprimiamo la scintilla individuale della nostra umanità (da “Arteterapia in educazione e riabilitazione, Bernie Warren”).

 Curare significa ripristinare una condizione di armonia psico-fisica, se questa c’era, o costruirne una nuova, se non c’era.

 un viaggio verso la consapevolezza che parte dal dolore e raggiunge la calma ed il benessere interiore.

 

Responsabili del progetto

Dott.ssa Caterina Stelitano, Maria Francesca Gangemi, Matteo Zema, Sabrina Collura. Maria Rombo. Margherita Caracciolo.

Lunedì, 28 Gennaio 2019 19:08

CATETERE VENOSO CENTRALE PICC

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Catetere Venoso Centrale PICC

 Che cos’è

 Il Catetere Venoso Centrale PICC (acronimo di "Peripherally Inserted Central Catheter”) è un tipo di  catetere centrale esterno, non tunnellizzato, costruito con materiale biocompatibile ad inserimento periferico ecoguidato, a medio / lungo termine.

Ciò significa che, in base al suo utilizzo (sia continuo che discontinuo, sia intra che extra ospedaliero),  il  catetere può rimanere in sede per un periodo che va da 7 giorni a 12 mesi.

 A che cosa serve

 Il  PICC consente tutti gli utilizzi dei CVC “classici” (es. Groshong, Hickman, Broviac, Midline, Port-a cath) come la somministrazione di chemioterapia (es. in caso di utilizzo di farmaci vescicanti o irritanti per le pareti dei vasi), terapia antibiotica, nutrizione parenterale totale, misurazione della PVC, infusione di soluzioni ipertoniche).

Prima di procedere all’impianto bisogna:

  • valutare l’idoneità del paziente in quanto non tutti i soggetti presentano l’indicazione per il PICC per problemi vascolari o muscolo-scheletrici che possono impedire il successo dell’impianto,
  • informare riguardo la procedura che si andrà ad effettuare e per ultimo assicurarsi che il paziente abbia firmato il consenso informato.

 

Subito dopo l’impianto del catetere va eseguita una medicazione con garza e cerotto, da rinnovare dopo 24-48 ore (medicazione precoce) previo un accurato lavaggio delle mani e l’utilizzo di guanti sterili. Per le medicazioni successive di solito è preferibile utilizzare una medicazione semipermeabile trasparente, da rinnovare ogni 7 giorni.

Nel caso si verifica un sanguinamento del sito di inserimento oppure una fuoriuscita di siero la medicazione va effettuata con garza e cerotto (da rinnovare ogni 24-48 ore oppure quando è umida, sporca o  non è più aderente).

Le complicanze post-impianto

Le complicazioni dei PICC possono essere di tipo occlusivo (es. occlusione del CVC da trombo o farmaci), flebitico e infettive.

Benefici:

una maggior sicurezza nella somministrazione dei farmaci antiblastici;

una notevole riduzione delle venipunture ripetute ai pazienti;

la conseguente riduzione di lesioni cutanee e di flebiti superficiali;

la riduzione di flebiti chimiche da farmaco;

la riduzione dei disagi causati al paziente.

 

A cura di Carmelo Leuzzo -  infermiere professionale presso  U.O.C. di Ematologia dell'Azienda"Bianchi-Melacrino-Morelli" di Reggio Calabria

 

Altri articoli di CARMELO LEUZZO:

https://linfovita.it/component/k2/item/432-il-prelievo-venoso.html

Immunoterapia avanzata nella cura dei Linfomi: gli Anticorpi Monoclonali Bispecifici

Negli corso degli ultimi 15-20 anni abbiamo avuto la fortuna di assistere a significativi progressi nella comprensione della patofisiologia di molte malattie ematologiche, in particolare nel settore dei linfomi  con sviluppo ed utilizzo di nuove terapie efficaci, sicure e con minori effetti tossici.

Le conoscenze biologiche delle malattie, infatti,  hanno consentito di sviluppare tecniche diagnostiche più avanzate e terapie mirate fornendo cosi oggi valide opzioni terapeutiche anche per quelle patologie per le quali in passato si poteva offrire poco.

Si sta passando dall’era della radio-chemioterapia alla target e immunoterapia che rappresentano i protagonisti principali  del mondo ematologico terapeutico attuale.

Nel settore immunologico dopo la svolta decisiva del 1997 con l’introduzione del Rituximab che  ha mostrato significativa efficacia sia da solo sia che  in combinazione con altri farmaci, oggi altri importanti e significativi passi avanti sono stati effettuati con l’immunoterapia,  che  si è evoluta sviluppando nuovi tipi di anticorpi monoclonali come i Bispecifici.

Al recente congresso dell’ American Society Hematology di San Diego, svoltosi nel dicembre  2018, sono stati presentati i dati preliminari di questi anticorpi utilizzati nei linfomi a cellule B che hanno suscitato particolare interesse in termini di efficacia e sicurezza.

L’ anticorpo  bispecifico è un anticorpo che lega contemporaneamente la cellula tumorale tramite gli antigeni presenti sulla superfice delle cellule tumorale come il CD20  ed i linfociti T del paziente, in questa maniera la cellula tumorale viene avvicinata ai linfociti T che provvedono a distruggerla.

In pratica l’ anticopo Bispecifico fa da “ponte”  tra la cellula tumorale che deve essere distrutta ed i T linfociti che devono distruggerla.

I linfociti T sono le cellule del sistema immunitario deputate alla difesa ma la loro funzione può essere bloccata dal tumore, la ricerca ha cercato di superare questa difficoltà con lo sviluppo di nuovi farmaci tra cui gli anticorpi bispecifici 

Questa nuova strategia rappresenta un avanzamento della ricerca ed apre nuove prospettive terapeutiche in maniera non solo innovativa ma anche affascinante poiché sono le difese del paziente che vengono stimolate e aiutate a combattere il tumore.

La ricerca quindi sta avanzando velocemente e sono disponibili nuovi trattamenti per offrire ai pazienti nuove opportunità e speranze più concrete.

Dott.ssa Caterina Stelitano

Venerdì, 31 Marzo 2017 10:48

Novità nella cura del Linfoma di Hodgkin (LH)

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Il Brentuximat Vedotin (BV) è un farmaco innovativo per la cura del Linfoma di Hodgkin.

Non è chemioterapico ma un anticorpo monoclonale coniugato con una tossina citotossica. Fa parte delle nuove strategie terapeutiche. L’immunoterapia, infatti, rappresenta una nuova realtà per tutte le malattie ematologiche. Nel LH l’immunoterapia è possibile poiché le cellule tumorali, cioè le tipiche cellule del linfoma, le cellule di Reed-Stemberg, esprimono sulla superfice antigeni che possono essere bersagliati da anticorpi specifici in grado di legarsi ad essi. In particolare nel LH ci sono diversi antigeni di rilievo clinico tra cui il CD30 su cui si lega il il Brentuximab Vedotin.

 

La disponibilità del BV ha rivoluzionato il trattamento del LH migliorando significativamente i risultati.

Infatti solo il 70% dei pazienti raggiunge la guarigione con la chemioterapia mentre il rimanente 30% rappresenta per l’ematologo un grande problema. Di questi pazienti, recidivati/refrattari, solo alcuni con il trapianto possono essere ricondotti alla guarigione. Su questi pazienti invece il BV si è dimostrato efficace per indurre una risposta. Il suo utilizzo consente di ottenere ottimi risultati anche in pazienti recidivati dopo trapianto. Per tale motivo, entrato nella pratica clinica, è oggi impiegato in associazione alla chemioterapia ed anche in monoterapia.

 

Come interviene agisce il farmaco?

Il Brentuximab Vedotin agisce, quindi, legandosi al CD30 trascinando all’interno della cellula una potente tossina che libera all’interno della cellula uccidendola. Per tale motivo è definito non solo un farmaco intelligente ma anche geniale poiché libera la tossina solo quando è all’interno della cellula linfomatosa.

Questo anticorpo monoclonale insieme ad altri nuovi agenti rappresentano oggi le nuovi armi terapeutiche per la cura del linfoma di Hodgkin.